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NISSILO - Ricordando Renato
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Lo ricordiamo così
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Bem-vindo Renato
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Un caldo giorno di febbraio
Fa caldo, oggi, 2 febbraio 2005, nello stato di Pernambuco, cittadina di Vitoria, a qualche decina di chilometri da Recife, dove sorge quel piccolo complesso pieno zeppo di bambini denominato "Fundacao Lar Infantil Tia Zuleide" (dove Lar significa Casa e per scrivere correttamente Fundacao bisognerebbe usare la tastiera portoghese).
Siamo arrivati da Recife stipati in sei nel fuoristrada di Roberto Guerra, ideatore, fondatore, organizzatore e finanziatore di tutte le attività che si svolgono all'interno della Fondazione.
Per opera sua questi bambini sono usciti dalla Favela, dove Tia Zuleide prestava la sua opera di assistenza su una specie di palafitta sospesa sopra un canale dove scorrevano le acque di scolo, di fogna e piovane, e dove ad ogni temporale i liquami superavano abbondantemente il pavimento impregnando il legno marcio che costituiva tutta la struttura dell'edificio.
I bambini sono cambiati, da allora. Molti se ne sono andati, altri sono cresciuti e si sono abituati alle camerette linde, - dove si dorme in due per letto e non si riesce a decidere se questo sia un difetto da correggere o un pregio da mantenere - alle latrine in ordine, alle docce pulite, alle stalle dei cavalli, al refettorio asciutto, a tre pasti al giorno.
Solo Tia Zuleide non è cambiata. Abbiamo visto una foto di allora: oggi è più robusta, i capelli sono striati di grigio, il naso si è come proteso in avanti e le rughe hanno costruito una rete di canali e valli e colline.
Gli occhi. Gli occhi sono gli stessi. Occhi di favela.
I bambini sono circa una sessantina fra piccoli (c'è anche una neonata di due mesi), più grandi e adolescenti. C'è solo un adulto, fra gli ospiti, ha 28 anni ed è l'unico a portare addosso i segni del passato. Occhi di favela.
Ida e Adriano si fermano a lungo davanti alla foto di Renato che guarda tutti con i suoi occhi sorridenti. Leggono il saluto che qualcuno ha scritto a mano sul bordo inferiore: "Bem-vindo Renato". Benvenuto.
Sì. Si sente che è il benvenuto presso questa realtà così diversa dalla sua. E' a suo agio qui come alla redazione di "Quattroruote", al box Ferrari col suo amico Sandro, in Via Bafile mentre assapora lo spritz, davanti alla biblioteca mentre intrattiene gli amici o al centro di assistenza per persone portatrici di handicap "Il Girotondo".
Dopo pochi minuti dal nostro arrivo non sappiamo più chi prendere in braccio, con chi parlare o quale mano stringere per essere accompagnati nei vari locali.
Ad un certo punto mi ritrovo con un bambino in braccio: quello che nella foto di gruppo sta in braccio a Adriano, sotto la foto di Renato.
Si sente che è teso, nelle mie braccia sta come in bilico e tiene gli occhi fissi senza mai sbattere le palpebre su qualcosa che vede soltanto lui. Pian piano lo faccio aderire al mio petto, gli faccio posare la testa sulla spalla e gli appoggio la mano sulla schiena. Dopo pochi secondi dorme tranquillo.
Qualcuno ha scritto: Ho appreso che quando un neonato stringe col suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo tiene intrappolato per sempre.
A volte non è necessario essere padre, o madre, per sentirsi prigionieri di una piccola creatura. Per me, per mia moglie Graziella, per Ida e Adriano mai prigionia è stata accettata con più trasporto e serenità.
Franco
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